Lo spirituale in Giovanni Reale
Marco Calì-Zucconi, curatore della mostra antologica “Giovanni Reale” al Museo delle Mura di Roma

Cataloghi e rivisteCon la mostra personale, accolta presso il Museo delle Mura di Roma, Giovanni Reale espone il proprio percorso pittorico, frutto di una lunga ricerca. La scelta del Museo è funzionale alle aspettative contenutistiche dell’esposizione artistica, in quanto la sua storica struttura architettonica, costituita da due spazi rotondi, cioè le torri, collegate da un corpo centrale comunicante, risponde a pieno all’idea strutturale e contenutistica del percorso artistico ideato originalmente. Tre tappe distinte, ma collegate tra di loro attraverso uno stesso denominatore comune, inteso come un unico corpo, o viatico, della decennale ricerca artistica intrapresa dall’artista Giovanni Reale.
Il Museo delle Mura si trova inserito nel complesso archeologico-architettonico della Porta San Sebastiano, che è la più grande delle porte nella cinta difensiva delle Mura Aureliane di Roma. Essa fu edificata in epoca Aureliana verso il 275. Originariamente si sa che il nome originario era Porta Appia poiché da lì passava la Via Appia, la regina viarum che cominciava poco più indietro dalla Porta Capena delle Mura Serviane, interessata da grossi movimenti di traffico cittadino. Tra i molteplici eventi relativi alla Porta, si ricorda quello del 1536, quando l’architetto Antonio da Sangallo, la trasformò in un vero e proprio arco di trionfo, in occasione dell’ingresso in Roma dell’imperatore Carlo V (avvenimento ricordato in un’iscrizione sopra l’arco).


All’interno di tale contesto storico, passato e presente si fondono, attraverso le narrazioni pittoriche di Giovanni Reale. Egli canalizza la propria attenzione all’esistenza in continuo divenire, nel riconoscimento della propria soggettività. Il suo fare arte riflette i movimenti dell’anima e del cuore, che lo conduce a ripercorrere movimenti evolutivi della propria esistenza umana, conducendolo verso se stesso e al rafforzamento del propri senso di appartenenza, attraverso un’arte sempre più in trasformazione.
La sperimentazione è alla base della sua ricerca artistica attraverso l’uso di varie tecniche, scelte dall’artista a seconda dello stato emotivo. Così l’artista trasferisce alla tela sensazioni, emozioni, atmosfere, osservazioni, esperienze e riflessioni. La sua non è una gestualità senza senso, ma, come già espresso, esprime le sue scelte e le sue priorità in funzione di una strategia metodologia orientata verso un processo di integrazione e di azione.
L’uso meticoloso e controllato degli utensili della spatola, del pennello, delle punte, si alterna all’irruenza psichico-energetica pittorico realizzativi. Il gesto riflessivo dell’asportazione o della sovrapposizione del colore nelle tele, bilanciano lo slancio psichico-emotivo magmatico che l’artista proietta sulla superficie pittorica. In questo senso l’artista è il veicolo responsabile dell’opera, la quale assume caratteristiche iconografiche che si identificano in uno spazio culturale aperto, senza limiti, senza compartimenti, nella sospensione di significati oggettivi oggettivamente riconoscibili e nominabili. Il segno, o il gesto pittorico, è l’unica realtà evocativa e laica, capace di trascendere l’esistente oggettivo per un immaginario di ampio respiro.
A tal proposito, il pittore francese André Masson definisce due aspetti: da una parte, quello della pittura, dei suoi gesti e dei suoi strumenti creativi; dall’altra quello dell’ideografia cinese, caratterizzato dai segni asiatici, i quali non sono modelli ispiratori o fonti, bensì conduttori di energia grafica, citazioni deformate, reperibili secondo il tratto, non secondo la lettera. La semiografia di Masson ci dice che la traccia pittografica non trascende il segno in quanto scrittura significante, ma, privato del suo riferimento storico scritturale millenario, assume connotazioni di uno spazio a-significante della pulsione energetica, ovvero corporea.
Propriamente al processo creativo di Giovanni Reale, il suo gesto costruisce una pianificazione, apparentemente illogica, spinto da una necessità interiore che muove il pennello secondo il proprio corpo, ritrovando la logica della propria verità. La sua pittura ci rimanda al corpo, perché è da lì che scaturiscono le realtà interiori, luci premonitrici di realtà creative nuove.
Egli è consapevole del fatto: “Non so mai quello che devo fare prima. Ma ogni volta che sento un forte bisogno di dipingere, devo creare subito”. E’ la tensione interna che spinge l’artista, per una sorta di urgenza psico-corporea, ad abbandonarsi al profondo impulso creativo, che ritroviamo in ogni punto della tela, secondo una concezione artistica, rigorosamente coerente al proprio vissuto, le cui molteplici tecniche artistiche si identificano con la sua necessità espressiva.
Ciò a significare, in primo luogo, che la sua opera è l’elaborazione scaturita dal mondo interno dell’artista e, in secondo luogo, “L’atto creativo”, come sosteneva Kandjnsky, “è determinato dalla necessità interiore”, il quale è strettamente collegato a “leggi” che regolano e armonizzano i vissuti personali. Concetto, questo, ripreso e ribadito successivamente, dallo psichiatra Gustav Jung, il quale sostiene che l’atto creativo è un mezzo attraverso il quale la persona può entrare in contatto con i contenuti interni e dargli così voce, ottimizzando un suo equilibrio di vita.
Quando nel 1898, l’artista pittore Odilon Redon, scrisse in una sua lettera: "Rien ne se fait en art par la volonté seule. Tout se fait par la soummission docile à la venue de l’inconscient ...", preannunciava con grande chiaroveggente lucidità, il pronunciamento del consapevole stato di sé, il quale, privato da ogni ingerenza contenutistica a sfondo religioso, politico, estetico-filosofico o altro, concentra la motivazione dell’atto creativo esclusivamente attorno all’essere, espresso con grande umiltà da Pollock, nel 1957, nel corso di una intervista rilasciata a Selden Roman: “La pittura è uno stato dell’essere… La pittura è la scoperta di sé. Ogni buon artista dipinge ciò che è.” [da Jackson Pollock “Lettere, riflessioni, testimonianze” - A cura di Elena Pontiggia – Ed. SE, 1991].
Mai come in quest’ultimo ventennio il luogo esperienziale di umana fucina è stato così evitato. Sin da quando Edward Munch trovò la forza e il coraggio di lasciare emergere le proprie drammatiche realtà interiori e mostrarne al mondo la sua esistenza, per primo, allorquando ancora la scienza era scettica nel decodificare l’appellativo più famoso e più abusato del XX secolo: inconscio.
Nella pittura di Giovanni Reale riemerge l’urgenza di offrire voce a questo aspetto, ma in aggiunta alla percezione esistenziale di tipo cosmico-spirituale. La tensione e la complessità delle linee, i movimenti intrecciati nella ricchezza delle sovrapposizioni cadenzate da segni e cromatismi in mutevole alternanza ordinata, danno l’impressione che ogni quadro può prolungarsi all’infinito e in ogni direzione. In tal senso i suoi quadri appaiono come delle complesse realtà concatenate marcati da frammenti di caos luminoso, attraverso i quali, il fruitore ritrova sorprendentemente un ordine visivo, che come Pollock, attraverso la sua esperienza dell’action painting, “fa del suo quadro non un centro coagulante e attivo, ma una unità cosmogonica in costante espansione, l’insieme di frammenti indeterminativi di un caos interiore. [da Jackson Pollock “Lettere, riflessioni, testimonianze” - A cura di Elena Pontiggia – Ed. SE, 1991].
Tuttavia il percorso creativo di Giovanni Reale presenta uno sviluppo di stesse tematiche, sviluppate contemporaneamente sin dai suoi esordi artistici, nel corso degli anni, in una sorta di viatico autobiografico. All’interno dei suoi lavori, compaiono elementi di tipo informale o iconografico non decodificabili, campi aperti che invitano diverse soluzioni, che l’artista ricompone nel tempo in modo sequenziale, aggiungendo nuove versioni dipinte, lasciando spazio a interpretazioni sempre nuove.
Questa libertà di lasciare spazio alla libera visione, tanto cara all’artista Max Ernst, era già stata presa in considerazione dal pittore rinascimentale fiorentino, Piero di Cosimo. Vasari, per la sua capacità d’invenzione fantastica, che stupisce ancora oggi, lo definì "Ingegno astratto e difforme" Sempre Vasari ci scrive in suo proposito della sua personalità: “Recavasi spesso a vedere o animali o erbe o qualche cosa, che la natura fa per istranezza et accaso di molte volte; e ne aveva un contento et una satisfazione che lo furava tutto a sé stesso. E replicavalo ne’ suoi ragionamenti tante volte, che veniva talvolta, ancor che è se n’avesse piacere, a fastidio. Fermavasi tallora a considerare un muro, dove lungamente fusse stato sputato da persone malate e ne cavava le battaglie de’ cavagli e le più fantastiche città e più gran paesi che si vedesse mai; simil faceva de’ nuvoli de l’aria.“ [Giorgio Vasari, “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti”, Giunti, Firenze 1568].
L’esperienza del saper vedere e del saper lasciar spazio a nuove libere interpretazioni visive, coincide con ciò che Luigi Paolo Finizio definisce: “Un’immagine è una traccia mnemonica che prende la forma di una rappresentazione, che può essere interna o esterna alla nostra mente. Può cioè l’immagine essere sollecitata e costituirsi all’esterno della nostra mente o può insorgere e definirsi a suo interno …quando l’immagine visiva si costituisce all’interno della nostra mente non richiede, per essere evocata, dell’eventuale corrispondente esterno. Il primo prodotto appartiene all’immaginare il secondo al percepire. Ma più di queste essenziali distinzioni, cui vanno connesse le facoltà diverse ma non separate dei nostri processi cognitivi e sensori, qui preme tener conto del fatto che sia l’attività del vedere che del visualizzare s’innestino ai processi di senso. …In termini di significazione l’esercizio espressivo del vedere, con le sue capacità metaforiche, dà vita a un vero e proprio processo di produzione estetica. Un processo cui il vedere partecipa con le proprie qualità percettive e capacità di simbolizzazione”. [“Arte, linguaggio e senso” - Luigi Paolo Finizio, Ed. Bulzoni, 1986].
Il dipingere di Giovanni Reale innesca una serie di connotazioni linguistiche, estrapolati da ogni riconoscimento nominabile e allo stesso tempo atemporali, tali da trasmettere comunque un’esperienza fruitiva, la cui elaborazione simbolica è il prolungamento dell’esperienza di chi guarda l’opera. Per dirla con le parole di Wittgenstein, “la rappresentazione di ciò che si è visto” è conforme ai significati e i valori “dell’esperienza vissuta” del singolo fruitore. E, se per Joseph Beuys “L’artista è il catalizzatore della creatività degli individui”, la pittura di Reale esprime una figurazione di Mondo, il cui prolungamento della sua esperienza creativa è, in senso heideggeriano, un Essere al Mondo. In altre parole, il suo fare arte esprime una forte affermazione della vita, sostenuto dal personale senso di appartenenza all’esistenza e al Mondo, in quanto affermazione del proprio Sé.
E proprio per questo egli innesca un’indagine del senso primordiale dell’esistenza in quanto fenomeno e dell’elemento vitale primordiale. Questo spiega la ciclica enunciazione dei valori spirituali assoluti come quello della luce, del cosmo, della materia, delle forme vitali microcosmiche e macrocosmiche, del processo di autorigenerazione della Natura e il suo significato di immortalità. Il gesto creativo consapevole di Giovanni Reale si assume la responsabilità della sua narrazione ciclica, come a dire che il senso profondo dell’atto primordiale della vita, coincide proprio là dove nella fine si trova l’inizio.
Il seguente catalogo, illustra la metodologia di pensiero artistico di Giovanni Reale, che si riflette nelle opere, raggruppate in sei cicli.
E’ il tentativo di ripercorrere i filoni principali dell’opera complessiva, a cominciare dal senso “Della Vita”, intesa come una ricerca del senso dell’esperienza vitale, nel senso dell’esperienza del sentir-si, attraverso la presa di coscienza di vissuti corporei, in senso loweniano.
Piegarsi all’ascolto interiore, significa percepire le realtà fisiologiche che orientano la Persona e il suo pensiero, nelle scelte di vita. Il senso dell’esperienza passa anche attraverso il sentimento del dolore, il quale procura un attraversamento catartico, “Metamorfosi”, che solo l’accettazione e la comprensione fenomenica conduce a un rinnovato equilibrio vitale e alla scoperta della propria sorgente vitale o “Luci dell’Anima”.
Solo allora, l’umile e coraggiosa flessione del vedere dentro di sé, offre la possibilità di entrare in contatto con il linguaggio simbolico che contiene il senso dell’esperienza e del nuovo.
Così come muove il respiro, l’atto del vedere dentro innalza lo sguardo della visione, che riconosce ciò che è dentro di noi, differenziandolo da ciò che è esterno a noi, armonizzando l’inquietudine dell’esistenza. Solo allora è possibile scorgere, le eterne leggi della vita e della “Natura Immortale”, che aderiscono al senso primordiale del cosmo. Mentre il passato riacquista valore sottoforma di “Paesaggi della Memoria”.
Le opere raccolte nell’ultimo ciclo “Natura Immortale” sono vere e proprie narrazioni intimistiche. Non già finestra sulla Natura, come erano adusi raffigurare gli artisti italiani, prima, e gli artisti francesi, successivamente, nella seconda metà del XIX secolo, i quali veicolavano le soggettive impressioni retinico-sensoriali attraverso il colore. Non si tratta di allegorie simboliche come le figurazioni primitive e fiabesche di Henry Rousseau. Né tantomeno rappresentazioni realistico ideologico come per i Tappeti natura dello scultore Piero Gilardi, riproducendo, in modo estremamente realistico, frammenti di ambiente naturale, a scopo di denuncia verso uno stile di vita che nel tempo diventa sempre più artificiale. Bensì, le opere di Giovanni Reale, esprimono la personale percezione intimistica dell’artista, basata sul rapporto tra sé e l’idea di una Natura che vede rinnovare l’interpretazione ideale nell’incontro tra fruitore e l’opera artistica in maniera attiva, coinvolgendo, l’osservatore stesso, a una osservazione creativa. E non conta quanto sia riconoscibile l’oggettività della Natura in sé all’interno dei quadri, quanto piuttosto il rapporto interiore con l’idea di naturalità, intesa come valore spirituale fondamentale ai valori evolutivi dell’umano.

 

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